Meditazione sullo Spirito Santo (da 'Il Dio di Gesù Cristo')
tratto da Joseph Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo. Meditazioni sul Dio Uno e Trino, Queriniana, Brescia 2014, parte 3. – Lo Spirito Santo, pp. 117-129
3. Lo Spirito Santo
Noi crediamo in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, in Dio uno trino.
Mentre, però, sul Padre e sul Figlio possiamo dire relativamente molto, lo Spirito Santo è rimasto largamente il Dio sconosciuto. Nella storia della chiesa ci si è continuamente appellati a lui, questo è certo, ma è anche vero che i movimenti che ne sono nati hanno contribuito notevolmente a far sì che il discorso sullo Spirito Santo, nella chiesa, sia diventato ancor più sommesso.
Incominciò con Mani (216-274, o 277 d.C.), il padre del manicheismo, una corrente che si spacciava per incarnazione del Paraclito – lo Spirito Santo – e vantava così anche una superiorità su Cristo stesso[nota 1]. Da qui un’ombra oscura attraversa l’intera storia della chiesa del Medioe[117]vo: una santità che si presume più elevata, la cui ambizione, nonostante tutti i rifiuti, ha offuscato la fede della cristianità, diventando per essa un fardello di cui sarà difficile sbarazzarsi.
Da altre radici si diffuse nella chiesa dell’Asia Minore, già nel II secolo, il movimento spirituale del montanismo, il cui rappresentante più noto in Occidente fu il grande scrittore ecclesiastico Tertulliano (circa 160 – dopo 220).
Dal messaggio dei montanisti derivò quel disprezzo per la chiesa dei peccatori che sfociò poi nell’arroganza e nel più fosco moralismo.
Fu un pio abate dell’Italia meridionale, nel XII secolo, a formulare la forma più affascinante di nostalgia dello Spirito Santo: Gioacchino da Fiore (circa 1130-1202). Gioacchino avvertiva profondamente le insufficienze che caratterizzavano la chiesa del tempo: l’odio che divideva ebrei e cristiani, antico e nuovo popolo di Dio; l’ostilità fra chiesa d’Oriente e chiesa d’Occidente; la gelosia fra clero e laicato; l’autoesaltazione e la brama di potere degli uomini di chiesa.
Da qui derivò la sua convinzione che questa non potesse venire considerata la forma definitiva della chiesa di Dio sulla terra e che prima del ritorno di Cristo, prima della fine del mondo, su questa terra e in questa storia fosse necessario un nuovo intervento di Dio.
Gioacchino aspirava a una chiesa che corrispondesse veramente al Nuovo Testamento e alle promesse dei profeti, ma anche al desiderio più profondo [118] dell’uomo: una chiesa nella quale convivessero, nello spirito della verità e dell’amore, senza leggi e precetti, ebrei e pagani, Oriente e Occidente, clero e laicato, affinché la volontà di Dio si realizzasse davvero pienamente tra le creature umane.
Da qui nacque la sua nuova visione, secondo la quale, a partire dall’immagine trinitaria di Dio, egli cercò di spiegare il ritmo della storia: dopo il regno del Padre nell’Antico Testamento e il regno del Figlio nella chiesa gerarchica, verso il 1260 sarebbe dovuto venire un terzo regno, quello dello Spirito Santo, un regno di libertà e pace universale.
Per Gioacchino non si trattava di mere speculazioni sul futuro, di fughe dall’amara realtà del presente. Per lui questa visione aveva dei risvolti eminentemente pratici, in quanto egli credeva che la linea di demarcazione fra i singoli periodi storici non fosse netta, ma che ci fossero delle continue intersecazioni, dove il nuovo si sovrapponeva al vecchio: la fede e la pietà dei profeti anticipavano per lui la presenza della nuova alleanza già nell’antica, nello stile di vita dei monaci la chiesa futura penetrava già nella chiesa del presente.
Questo significa due cose: significa innanzitutto che si può andare incontro alla realtà ventura, che nel movimento della storia ci si può, per così dire, porre sulla scala mobile che porta nel futuro. Egli stesso tentò di farlo, fondando una nuova comunità monastica che prefigurasse [119] in certo qual modo i tempi nuovi, che aprisse a essi la porta.
In secondo luogo emerge in questo però anche l’immagine di futuro che egli intendeva. Il ‘vangelo eterno’ di cui egli parlava, richiamandosi ad Ap 14,6, non era alla fine altro che il vangelo di Gesù Cristo. L’opera dello Spirito Santo e del suo vangelo consisteva perciò semplicemente nel fatto che il primo vangelo, il Sermone del monte, venisse ora finalmente applicato in tutta la sua interezza. Il vangelo preso alla lettera sarà dunque il cristianesimo totalmente spirituale – questa è la sua visione.
Da allora in poi la speranza che Gioacchino aveva riposto nell’avvento definitivo dello Spirito Santo non lascerà più gli uomini in pace. All’inizio furono i Francescani a vedere nel loro movimento l’inizio di una nuova chiesa. Nelle lotte che proprio questa esigenza scatenò fra le diverse correnti dell’ordine, la speranza perse tuttavia ben presto il suo splendore spirituale, per tramutarsi – nei gruppi che in Italia combattevano per un rinnovamento politico – in un duro ideale di lotta. Non è qui il caso di ripercorrere in dettaglio la storia successiva di queste idee.
Ricorderemo soltanto che, di mediazione in mediazione, Hitler e Mussolini ripresero le parole-chiave di ‘Terzo Reich’ e ‘Duce’ dall’eredità di Gioacchino. Ma anche il marxismo, passando attraverso Hegel, si ricollegò ad alcuni elementi di questa visione: l’idea di una storia che avanza [120] trionfalmente, che in quanto tale giunge infallibilmente al suo scopo, l’idea quindi di una salvezza definitiva che si realizza nella storia[nota 2].
Questa ampia riflessione su Gioacchino non è inutile, poiché ci permette di vedere chiaramente possibilità e pericoli del discorso sullo Spirito Santo.
In Gioacchino c’è qualcosa che segna una via, nella disponibilità a dare inizio, qui e ora, a un cristianesimo veramente ‘spirituale’, e a cercare questo cristianesimo spirituale non al di fuori della parola, ma nella profondità più intima della parola stessa.
Giustamente, quindi, i primi Francescani videro nella dottrina di Gioacchino una prefigurazione profetica di san Francesco. E in effetti Francesco ha dato a Gioacchino la risposta più bella, anzi l’unica [121] corretta, riuscendo a distinguere, nella propria vita, ciò che viene dallo Spirito da ciò che ha altra origine, anche se i successori non riusciranno a seguirlo su questa via.
Il suo motto era: «Sine glossa», cioè vivere la Sacra Scrittura, specialmente il Discorso della montagna, senza distinzioni e deviazioni, lasciandosi afferrare dalla parola di Dio. Ciò che in Gioacchino è deformato da ogni genere di speculazioni, in Francesco d’Assisi diventa completamente chiaro e questo è il motivo dell’enorme influenza che egli ha esercitato lungo il corso dei secoli: il cristianesimo spirituale è il cristianesimo della parola vissuta.
Lo Spirito abita nella parola e non al di fuori di essa, la parola è il luogo dello Spirito e Gesù è la fonte dello Spirito. Quanto più ci accostiamo a Gesù, tanto più realmente ci accostiamo allo Spirito e lo Spirito entra in noi. Vengono così superati anche gli aspetti deformanti della dottrina di Gioacchino: l’utopia di una chiesa che si allontana e si colloca al di sopra del Figlio, e l’aspettativa irrazionale che si spaccia per un programma reale e razionale.
Non abbiamo con ciò forse già abbozzato una teologia dello Spirito Santo?
Abbiamo detto che non è possibile scorgere lo Spirito allontanandosi dal Figlio, ma soltanto immergendosi in lui. Giovanni lo ha reso con un’immagine eloquente nel suo racconto della prima apparizione del Risorto agli undici: lo Spirito è il respiro del [122] Figlio. Lo si riceve quando ci si avvicina al Figlio tanto da sentire il suo respiro, tanto da permettere a Gesù di alitare su di noi (Gv 20,19-23).
In modo più pertinente di Gioacchino, è dunque sant’Ireneo che ha delineato la logica trinitaria che governa la storia.
Per lui questa logica non consiste in un ascendere dal Padre al Figlio e infine giungere alla liberazione, allo Spirito. Il movimento delle Persone, invece, all’interno della storia va in direzione opposta: lo Spirito sta all’inizio, in quanto orientamento e guida dell’uomo appena percepibile; egli conduce al Figlio e, attraverso il Figlio, al Padre…
Con questi concetti concorda ciò che i Padri cercarono di dire sulla natura dello Spirito Santo: il nome della terza Persona divina, diversamente rispetto a ‘Padre’ e ‘Figlio’, non esprime qualcosa di specifico, ma nomina semplicemente proprio ciò che è comune in Dio.
Ma è proprio così che emerge anche ciò che è ‘proprio’ della terza Persona: lo Spirito è ciò che è comune, l’unità fra Padre e Figlio, l’unità in persona. Padre e Figlio sono una-cosa-sola uscendo da se stessi; nel Terzo, nella fecondità del donarsi, sono Uno.
Ovviamente queste affermazioni non possono mai essere altro che dei tentativi di approccio alla realtà divina. Noi possiamo conoscere, infatti, lo Spirito soltanto negli effetti che egli produce. Coerentemente la Scrittura non ci descrive mai lo Spirito Santo per quello che in se stesso è, [123] ma parla soltanto del modo in cui viene a noi e di come si distingue da tutti gli altri spiriti.
Analizziamo alcuni di questi testi.
Nel vangelo di Giovanni (14,22-31) Giuda Taddeo pone al Signore una domanda che noi tutti, in una maniera o nell’altra, ci siamo posti.
Ha appreso dalla parola del Signore che egli non si manifesterà quale Risorto se non ai discepoli. Per cui chiede: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?» (v. 22). La risposta di Gesù sembra eludere l’interrogativo: «Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». In verità è proprio questa la risposta che dev’essere data alla domanda del discepolo e al problema che noi ci poniamo riguardo allo Spirito. Non si può indicare lo Spirito di Dio così come si indica una cosa. Lo può vedere soltanto chi lo porta in sé. Qui vedere e venire, vedere e abitare sono inscindibilmente congiunti tra loro. Lo Spirito Santo abita nella parola di Gesù, ma questa parola non la si ottiene solo parlandone, ma osservandola, vivendola. Egli vive nella parola vissuta, lui che è la vita della Parola.
La chiesa antica ha approfondito questa idea richiamandosi soprattutto al Sal 67, che ha letto come un inno sull’ascensione di Cristo e sull’invio dello Spirito Santo.
Nel contesto di tale lettura dell’Antico Testamento essa comprende l’a[124]scensione di Mosè quale un’immagine dell’avvenimento di Pentecoste. Mosè non è salito soltanto in modo esteriore, ma anche nel proprio intimo. Egli si è esposto alla solitudine con Dio. Proprio affrontando l’altezza, la nube, il solitario faccia-a-faccia con Dio, fu in grado di portare agli uomini lo Spirito nella forma della parola che guida. Lo Spirito è frutto della sua ascesa, delle sue solitudini.
Considerata alla luce del Nuovo Testamento, questa via di Mosè, come anche il suo dono dello Spirito, la Parola della Legge, è soltanto ombra e prefigurazione di ciò che avvenne in Gesù. Egli ha realmente inserito la natura umana, la nostra carne, nella comunione con Dio, l’ha portata, attraversando la nube della morte, fino al suo cospetto. Da questa ascensione venne lo Spirito: egli è il frutto della vittoria di Gesù, il frutto del suo amore – della sua croce.
Di nuovo possiamo allora tentare di balbettare qualcosa sul mistero intimo di Dio: Padre e Figlio sono il movimento del puro donarsi, del puro e reciproco consegnarsi. In questo movimento essi sono fecondi e la loro fecondità è la loro unità, il loro pieno essere-uno, senza alcun detrimento o confusione.
Per noi uomini donare, consegnarsi, significa sempre anche croce. Il mistero trinitario si traduce, nel mondo, in un mistero della croce: lì è la fecondità dalla quale scaturisce lo Spirito Santo. [125]
Il fatto che lo Spirito non abiti accanto alla Parola, ma in essa, Giovanni lo ha espressamente sottolineato dicendo che la sua attività peculiare nella storia è quella del ‘ricordare’. Lo Spirito Santo non parla a partire da ciò che è suo, ma dal «ciò che è mio» di Gesù. Lo si riconosce nella fedeltà alla Parola già proferita. Qui Giovanni ha costruito una dottrina dello Spirito in stretto parallelismo con la cristologia. Anche Cristo, infatti, è caratterizzato dal fatto che può dire: «La mia dottrina non è mia» (7,16). Questo suo auto-disinteresse, questo suo stare-non-per-se stesso costituisce anche la sua autentica legittimazione di fronte al mondo. Viceversa, l’Anticristo può essere allora conosciuto per il fatto che parla in nome proprio.
Lo stesso vale per lo Spirito Santo: si dimostra Spirito trinitario, Spirito del Dio uno e tripersonale, proprio perché non compare come un Io separato e separabile, ma scompare nel Figlio e nel Padre.
L’impossibilità di sviluppare una pneumatologia speciale deriva appunto dalla sua natura. Giovanni ha formulato tali affermazioni anche per dirimere le controversie, a quel tempo così accese, su ciò che è Spirito e ciò che non lo è. I grandi capi della gnosi esercitavano una grande influenza perché parlavano in nome proprio, si facevano un nome. Avevano influenza per il fatto che proponevano qualcosa di nuovo e di diverso da ciò che veniva annunciato dalla Parola, per esempio che [126] Gesù non era in realtà morto, ma continuava a ballare con i suoi discepoli mentre gli uomini pensavano che fosse stato appeso alla croce. Contro queste novità gnostiche, contro un simile discorrere in nome proprio, il quarto vangelo propone intenzionalmente il plurale della chiesa: colui che parla scompare nel ‘noi’ ecclesiale, il solo capace di conferire all’uomo il suo volto e di preservarlo dalla distruzione.
Troviamo lo stesso modello nelle lettere giovannee: l’autore si chiama semplicemente il ‘presbitero’; il suo antagonista è il ‘seduttore’, proágōn, «chi va oltre» (2 Gv 9).
L’intero vangelo di Giovanni (come del resto le lettere) non intende essere altro che un atto del ricordare, e quindi un vangelo pneumatico. Esso è fecondo, nuovo, profondo, perché non cerca nuovi sistemi, ma si limita a ricordare.
L’essenza dello Spirito Santo, in quanto unità tra Padre e Figlio, sta appunto in questo altruismo del ricordare, che è il vero rinnovamento. La chiesa pneumatica è la chiesa che, nel ricordo, comprende più in profondità, si immerge più profondamente nella parola e così diventa più vitale e ricca. Il vero altruismo, l’uscire da se stessi per immergersi nel tutto, è appunto la connotazione dello Spirito in quanto immagine del suo modello trinitario.
Diamo un rapido sguardo anche agli scritti paolini. Paolo si trova, nella comunità di Corinto, di fronte alla gioia quasi infantile per i doni [127] dello Spirito, la quale, però, incomincia a diventare una minaccia per l’autenticità. Ciascuno cerca di sopraffare l’altro e l’attenzione è sempre maggiormente rivolta agli elementi esteriori. Ma in questo modo si finisce per diventare una setta.
Paolo afferma, invece, che soltanto un dono è importante: l’amore (1 Cor 13). Senza di esso tutto il resto è nulla. L’amore, però, si esprime nell’unità, che è il contrario della setta. Si manifesta nel costruire e nel sopportare. Chi edifica è lo Spirito Santo. Dove però si danno delle lacerazioni, dove si alimenta amarezza, invidia, ostilità, lì non c’è Spirito Santo. Una conoscenza priva d’amore non viene da lui. Qui il pensiero di Paolo si intreccia con quello di Giovanni, per il quale l’amore si manifesta nel rimanere. In definitiva la dottrina paolina del Corpo di Cristo non dice altro[nota 3].
Anche su un altro punto Paolo e Giovanni convergono sostanzialmente. Giovanni qualifica lo Spirito come il ‘Paraclito’, che significa: avvo[128]cato, soccorritore, difensore, consolatore. Egli si pone dunque contro il diavolo, che è l’‘accusatore’, il calunniatore: «L’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» (Ap 12,10). Lo Spirito è il ‘sì’, come lo è Cristo. A ciò corrisponde il forte accento che Paolo pone sulla gioia.
Lo Spirito – potremmo allora dire – è Spirito della gioia, del vangelo.
Una delle regole fondamentali per il discernimento degli spiriti potrebbe essere dunque la seguente: dove manca la gioia, dove l’umorismo muore, qui non c’è nemmeno lo Spirito Santo, lo Spirito di Gesù Cristo. E viceversa: la gioia è un segno della grazia. Chi è profondamente sereno, chi ha sofferto senza per questo perdere la gioia, costui non è lontano dal Dio del vangelo, dallo Spirito di Dio, che è lo Spirito della gioia eterna. [129]
[nota 1] 1 Su Mani e il manicheismo, A. Adam, Lehrbuch der Dogmengeschichte I, Gütersloh 1965, 207-210; H.-Ch. Puech, in LThK VI2 , 1351-1355. [117]
[nota 2] Su Gioacchino da Fiore e la sua influenza, vedi specialmente E. Benz, Ecclesia spiritualis: Kirchenidee und Geschichtstheologie der franziskanischen Reformation, Stuttgart 1934; K. Löwith, Weltgeschichte und Heilsgeschehen, Stuttgart 1953, 136-147 [trad. it., Significato e fine della storia, I presupposti teologici della filosofia della storia, Edizioni di Comunità, Milano 1963]; A. Dempf, Sacrum Imperium. La filosofia della storia e dello stato nel Medioevo e nella rinascenza politica, Principato, Messina-Milano 1933, specie 209ss. Per l’incidenza di queste idee sulla teologia francescana e le modifiche che esse hanno subìto in tale contesto, vedi anche J. Ratzinger, San Bonaventura. La teologia della storia, Nardini, Firenze 1991. Per un confronto con l’opposta strutturazione teologico-storica dello schema impiegato da Ireneo, vedi la tesi di laurea, pubblicata in Münsterer Theol. Studien, di R. Tremblay, La manifestation et la vision de Dieu selon St. Irénée de Lyon. [121]
[nota 3] Per un approfondimento del tema, vedi il mio contributo: Lo Spirito Santo come “communio”. Sul rapporto fra pneumatologia e spiritualità in Agostino, in C. Heitmann – H. Mühlen (edd.), La riscoperta dello Spirito. Esperienza e teologia dello Spirito Santo, Jaca Book, Milano 1977, 251s.; utile comunque la consultazione dei diversi articoli contenuti nel volume, che illustrano sempre il tema dello Spirito Santo. Per la pneumatologia, importante l’opera di M.J. Le Guillou, Les témoins sont parmi nous. L’expérience de Dieu dans l’Esprit Saint, Paris 1976. [128]
La professione di fede della Chiesa e lo Spirito Santo
tratto da Joseph Ratzinger, Vieni, Spirito Creatore. Omelie sulla Pentecoste, §. La professione di fede della Chiesa e lo Spirito Santo, Lindau, Torino 2006, pp. 11-17.
Omelia nel Duomo di Monaco di Baviera, 29 maggio 1977
La professione di fede della Chiesa e lo Spirito Santo
La Grazia della festa di Pentecoste risponde a una domanda che di questi tempi è diventata addirittura una questione di sopravvivenza. La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della convivenza umana. Noi però viviamo in un tempo in cui, anche se siamo sempre più vicini uno all’altro e se le distanze nel mondo svaniscono e sembrano contare appena, tuttavia la comprensione tra gli uomini si fa sempre più difficoltosa. Il primo, il secondo e il terzo mondo si contrappongono, le generazioni si contrappongono, [11] e quotidianamente ci rendiamo contro di come gli uomini diventino reciprocamente sempre più aggressivi, scontrosi e cattivi, e la comprensione diventi sempre più difficile. Come può esserci quell’unità di cui abbiamo tanto bisogno? Come mai le cose tra noi vanno spesso così male?
Il racconto della Pentecoste lascia trasparire sullo sfondo l’antica storia della costruzione della torre di Babele – la storia di un regno in cui si era concentrato tanto potere che gli uomini potevano credere di non dover più attendere il favore di una divinità lontana, ma di essere invece abbastanza forti da costruire per proprio contro una via verso il cielo, da spalancarne le porte, da diventare essi stessi dèi e procurarsi il paradiso. E proprio allora accadde qualcosa di singolare. Mentre si trovavano a costruire insieme, si trovarono improvvisamente a costruire uno contro l’altro. E mentre cercavano di diventare dèi, corsero il rischio di non essere neanche uomini, poiché in essi andò distrutto ciò che c’è di più umano, l’accordo e la capacità di comprendersi.
Fino a vent’anni fa si poteva ancora sostenere che questo fosse un vecchio mito orientale, del [12] quale fosse difficile riconoscere la verità. Ma oggi sappiamo che esso è vero, perché si verifica in mezzo a noi. Attraverso il progresso della scienza e della tecnica abbiamo ottenuto il potere di penetrare il mondo fin nei suoi minimi elementi, di trasformare il mondo e di fabbricarne gli esseri umani. Pregare Dio, che è così distante, sembra allora sorpassato, quando noi stessi possiamo realizzare ciò che vogliamo e quando basta lavorare per edificare il paradiso, il mondo migliore della completa libertà e del consumo senza limiti.
Ci troviamo così a rivivere la medesima esperienza: mentre sempre più condivisi sono il linguaggio, l’informazione, gli stili di vita, sempre meno ci comprendiamo. Tra gli uomini sorge una ferocia prima sconosciuta; sorge la diffidenza, il sospetto, il timore reciproco e diventiamo addirittura pericolosi l’uno per l’altro. Per avvertirlo basta seguire i notiziari, osservare gli eventi quotidiani. Perché è così? Come può esserci unità?
A questo, le Sacre Scritture rispondono: unità ci sarà solo se ci verrà dato un nuovo Spirito, il quale ci doni un nuovo cuore e una nuova lingua. Ma qui si pone anche una questione pratica: don[13]de dovrebbe venire questo nuovo spirito? Come accoglierlo? Da che cosa lo riconosceremo?
Nella prima lettura della Lettera ai Corinzi, che abbiamo appena ascoltato, San Paolo dà una risposta sorprendentemente pratica. Così pratica che per noi è persino troppo facile. Vale per noi come per Naaman il siriano, a cui era stato detto che gli sarebbe bastato bagnarsi nel Giordano per guarire dalla lebbra; ma per lui era troppo facile, la guarigione non poteva avvenire così semplicemente. Nello stesso modo, anche noi stiamo di fronte a quella risposta. Dunque, Paolo ci dice che lo Spirito Santo non opera qualsiasi cosa. La nuova parola che Esso pone sulla nostra lingua, la lingua infuocata che Esso ci ha donato e che muta il nostro cuore, significa semplicemente: Gesù è il Signore. Questo è la nuova parola che supera le divisioni e unisce gli uomini. Per comprendere la semplice e purtuttavia sconfinata richiesta che sta in queste parole, dobbiamo calarci nella loro profondità.
Innanzitutto dobbiamo renderci contro che qui Paolo cita precisamente la professione di fede della Chiesa. Con ciò egli vuol dirci: ciò che è importante dello Spirito Santo non è [14] un qualche esaltato sconvolgimento, presente anche nel paganesimo. Nel precedente versetto 2, egli aveva ricordato ai Corinzi il tempo in cui si lasciavano trascinare «verso gli idoli muti» e in cui avevano vissuto forma di entusiasmo ed estasi comuni anche al paganesimo.
Lo Spirito Santo – ci fa capire – non parla con entusiasmo, Esso è serio. La nuova parola che Esso ci dona consiste nell’umiltà di confessarci insieme con la fede della Chiesa; consiste in una semplicità di cuore, che non è troppo grande per entrare nella fede comunitaria che si estende sopra i secoli e i continenti e in questo modo conduce gli uomini fuori di sé gli uni verso gli altri. La voce dello Spirito Santo è la professione della fede comune della vera Chiesa cattolica che abbraccia il mondo intero.
Nel seguire il ragionamento di San Paolo, dobbiamo compiere un altro passo innanzi e interrogarci sul contenuto di questa professione che costruisce la Chiesa e senza la quale essa non ci sarebbe. Questo contenuto suona così: Gesù è il Signore. «Signore» è l’attributo di Dio nell’Antico Testamento, che nella lettura della Bibbia prendeva il posto dell’impronunciabile nome di Dio. [15] Questa frase professa allora la divinità di Gesù Cristo come uomo. Ed effettivamente, se questo è vero, tutto cambia nel mondo così come nella nostra vita. Se in Cristo Dio è venuto nel mondo, allora cade l’eterna incertezza se Dio esiste, come esiste, che cosa vuole da noi, se in generale il mondo e la vita hanno un senso e una direzione.
Allora la porta è aperta, la via è indicata, la risposta a cui tutto anela è data. Gesù è il Signore. Ma questo significa anche: solo questo può dire colui che si rimette al Regno di Gesù, colui che aderisce alla sua esemplarità, colui che si lascia plasmare nel proprio intimo da Lui, colui che è pronto a camminare al suo fianco e a seguirlo.
Una tale parola, Gesù è il Signore, la regola, il motivo del mio esistere, non può essere pronunciata solo mediante la lingua; essa coinvolge l’uomo tutto intero. E in vista di ciò è necessario rinunciare al possesso di noi stessi e accettare la sua massima, accordarci ad essa.
Quindi, se tutti noi non viviamo secondo la nostra mentalità, ma conformiamo la nostra vita a quella di Colui che ci precede, Colui che ci ha amati fino alla morte in croce, allora veramente vivremo in comunione gli uni con gli altri. [16]
E così si fa chiaro perché Babilonia è Babilonia e la Pentecoste è Pentecoste.
Laddove gli uomini vogliono farsi dèi, possono solo mettersi uno contro l’altro. Laddove invece si pongono nella verità del Signore, allora si pongono nello Spirito che sostiene tutti i loro spiriti e veramente li unisce. Ma c’è un solo Signore che può sollevare tutte queste pretese, senza distruggere la libertà di alcuni e anzi unendoci tutti: Colui che è un uomo e Dio insieme. Così si rivela il rapporto tra Cristo e lo Spirito Santo. La Pentecoste rinvia alla Trinità. Lo Spirito Santo non opera qualunque cosa: nella sua sobrietà ci pone sotto il comando di Gesù.
Ma seguire Gesù Cristo a sua volta non significa legarsi a un individuo, bensì significa entrare nella pienezza della verità. Seguirlo significa diventare spiritualmente aperti e liberi in spirito: a immagine e somiglianza di Dio.
Preghiamo in quest’ora lo Spirito Creatore che ha fondato la Chiesa con i fedeli di ogni tempo: vieni, Spirito Creatore e rinnova noi e questa Terra.
Amen.
SOLENNITÀ DI PENTECOSTE
OMELIA DI SUA EMINANZA CARD. JOSEPH RATZINGER
Duomo di Monaco di Baviera, Domenica, 14 maggio 1978
Cari fratelli e sorelle!
Lo Spirito Santo discese sui discepoli mentre erano tutti riuniti in uno stesso luogo; così ci racconta la lettura dagli Atti degli Apostoli che abbiamo appena ascoltato. Questo passo ci vuole dire qualcosa sul presupposto della sua venuta e insieme sui segni della sua vicinanza. Se leggiamo l'intero racconto nel suo contesto, veniamo a saperne molto di più.
Ci viene detto che, prima della separazione, Gesù ordinò ai discepoli innanzitutto di non fare nulla ognuno per proprio conto, ma di restare insieme e aspettare il dono dello Spirito Santo. E così si riunisce il piccolo stuolo di credenti insieme a Maria e agli Apostoli che nel frattempo, con la scelta di Mattia, erano tornati ad essere dodici.
Essi sapevano che il loro essere insieme, la loro concordia, era il presupposto della Pentecoste. E sapevano che presupposto della concordia era a sua volta la preghiera, perché solo la preghiera, e non la più raffinata tecnica psicologica, può liberare in noi quel principio interiore per cui veniamo in contatto uno con l'altro e in cui troviamo indulgenza reciproca.
La concordia è condizione del dono dello Spirito Santo e la preghiera è condizione della concordia. Ma lo è anche un'altra condizione che abbiamo ascoltato: l'essere vigili in attesa del Signore; vi appartiene. E proprio su questo punto mi sembra che la Chiesa nel nostro tempo abbia ancora qualcosa da imparare.
C'è davvero una grande attività nella Chiesa di oggi, un'operosità che coinvolge gli uomini ai limiti delle loro forze e spesso anche oltre.
Ma di quel silenzioso soffermarsi sulla parola di Dio, in cui il nostro volere e il nostro agire si distendono, e proprio in questo modo diventano liberi e fecondi, ce n'è ormai appena. Certo, il Signore ha bisogno della nostra opera e della nostra devozione; ma noi abbiamo bisogno della sua presenza. Dobbiamo imparare di nuovo il coraggio dell'inazione e l'umiltà dell'attesa della parola.
Perché molto spesso qualche ora ad ascoltare in silenzio la parola di Dio farebbe meglio che non tutti i convegni, le riunioni e le discussioni; e un momento di preghiera sarebbe più fruttuoso di una pila di documenti.
Si ha talvolta l'impressione che, dietro la crescente frenesia della nostra attività, stia la sfiducia nei confronti della forza di Dio; e dietro il moltiplicarsi del nostro fare, un indebolimento della nostra fede, mentre in fondo abbiamo fiducia solo in ciò che noi stessi concludiamo e realizziamo. Ma noi non operiamo solo attraverso ciò che facciamo, non meno che attraverso ciò che siamo, se siamo maturi e liberi e ci realizziamo ponendo le radici del nostro essere nel fecondo silenzio di Dio.
Nella lettura di oggi, lo Spirito Santo è rappresentato soprattutto da due immagini: quella della tempesta e quella del fuoco.
La tempesta è innanzitutto espressione di potenza – per il mondo antico un segno della potenza divina, che fa roteare il mondo e muove le stelle come fossero granelli di sabbia. Ma in questa immagine della tempesta si nasconde anche un secondo significato; essa è infatti anche espressione di uno dei quattro elementi – l'aria, che distingue la nostra Terra da tutti gli altri astri e ne fa la stella della vita. Solo dov'è l'aria, hanno senso i polmoni, solo dov'è l'aria si può respirare e esserci la vita. Ciò che significa per la vita biologica il misterioso elemento dell'aria, è ciò che il Sacro, lo Spirito Santo, significa per ciascuno spirito. Solo dove si respira può sussistere l'essere umano, l'umanità, e lo spirito vivere davvero. Oggi sui giornali si parla molto dell'inquinamento atmosferico prodotto dalla nostra civiltà; e nelle nostre città e possiamo rendercene conto in prima persona, insieme all'aria, elemento vitale, inspiriamo anche i veleni che distruggono la vita. Ma dell'inquinamento spirituale, che distrugge l'atmosfera in cui può vivere lo spirito, non si parla; e l'avvelenamento del cuore e dello spirito, è assai più allarmante dei mali causati dall'inquinamento atmosferico. Oggi si assiste di frequente anche a disturbi di comportamento nei bambini che non possono respirare quell'amore che è l'elemento originario di cui l'uomo ha bisogno per crescere ed esistere. Che nel mondo occidentale film pieni di violenza e di disprezzo nei confronti dell'uomo appaiano cose normali, è segno di come ormai siamo abituati a infangare l'uomo, a schernire e calpestare la sua alta dignità. Ci diciamo che anche questa è libertà. Ma che sia diventato abituale considerare normali la crudeltà e il conculcare la dignità umana e che ci costruiamo perciò bei pretesti ideologici, non cambia di nulla il fatto che l'atmosfera spirituale che siamo costretti a respirare ne sia avvelenata.
Certo, porre divieti laddove è dall'interno che la dignità umana non viene protetta contro questi abusi è assurdo. Ma tanto più in quanto cristiani dobbiamo considerare come nostra missione lo sforzo per purificare l'aria dello Spirito Santo, per contrastare l'inquinamento spirituale e per creare nella comunità dei credenti oasi di respiro e di sollievo per il cuore e per l'anima.
La seconda immagine usata nella lettura odierna per lo Spirito Santo è il fuoco. Se nel mondo antico l'aria appariva come l'elemento fondamentale della vita, il fuoco era ciò su cui si basava la civiltà; era dunque il presupposto perché noi stessi potessimo coltivare, manipolare e trasformare la terra. Il fuoco è luce, calore, movimento, potere di trasformazione. Ma nello stesso tempo, quando cade fuori dal nostro controllo, è elemento di distruzione, di rovina. Nel mondo antico era considerato una parte del sole, l'elemento della potenza divina. Che l'uomo possa disporne l'ha portato a considerarsi simile a Dio. Il mondo greco ha creato il mito di Prometeo, che combatte contro gli dei, ruba il fuoco dal cielo, lo porta sulla terra e dà inizio a un nuovo mondo. Goethe ha messo in versi questo pathos nelle parole scandalose del suo Prometeo: "Io sto qui e creo uomini / a mia immagine e somiglianza, / una stirpe simile a me, / fatta per soffrire e per piangere, / per godere e gioire / e non curarsi di te, / come me!".
Proprio questo è divenuto il programma della modernità: non voler più essere ad immagine di Dio, ma di noi stessi; conferire a noi stessi il potere sul mondo, non rispettare più il potere di Dio e non aspettarsi nulla da Lui. Ma ora che siamo riusciti a strappare il fuoco al cielo e alla profondità della terra, alla materia degli atomi, ora si apre il problema se la terra non s'incendi, se l'elemento della civiltà e della creatività non si trasformi nelle nostre mani in distruzione ed annientamento.
La Pentecoste ci dice che lo Spirito Santo è il fuoco e che Cristo è il vero Prometeo che ha preso il fuoco dal cielo. Certo, l'uomo deve avere il fuoco, non deve vegetare in un'esistenza oziosa, egli è stato creato per essere simile a Dio; ma questo fuoco che è forza di salvezza non lo porta il titano che mette Dio da parte, ma il Figlio che si espone al fuoco dell'amore e abbatte il muro dell'ostilità, facendo del fuoco un potere di trasformazione, di amore, e rinnovando il mondo.
Il cristianesimo è fuoco, non una faccenda noiosa, un pio profluvio di parole grazie al quale possiamo attaccarci a qualsiasi treno, pur di esserci. Il cristianesimo pretende da noi la passione della fede, che partecipa alla Passione di Cristo e con essa rinnova il mondo.
Muoviamo infine ancora dalle immagini e dai significati dei brani della Pentecoste: lo Spirito Santo vince la paura. I discepoli, che poc'anzi si nascondevano dietro le porte chiuse per timore degli ebrei, i quali avevano crocifisso il loro Signore e avrebbero potuto arrestarli e giustiziarli, escono fuori senza timore e annunciano il messaggio di Cristo Crocifisso, senza alcuna paura, perché sanno di essere nelle mani del più forte.
Una volta lessi che un prete, che aveva potuto trascorrere qualche tempo in una regione dell'Africa che era appena venuta in contatto con il cristianesimo e con la civiltà europea, ebbe a dire che la cosa che più lo colpì e commosse di quell'esperienza fu il terrore paralizzante che dominava interamente la vita di questi uomini, il segno distintivo del paganesimo in cui l'unico Dio non si è ancora manifestato. Essi temevano gli spiriti dei morti, gli spiriti sconosciuti e l'imprevedibilità degli spiriti sconosciuti. La vita intera è un calcolo basato sulla paura, sulla possibilità di scampare a forze ostili di fronte alle quali l'uomo è quasi inerme. Lo Spirito, ripetiamolo, vince la Paura, ogni paura!
Il mondo dello Spirito Santo non è segnato da spiriti e forze sconosciuti, bensì dallo Spirito che è amore e in quanto amore è onnipotenza. Perciò l'assenza di timore è il segno dello Spirito Santo, che ci mette nelle mani dell'amore onnipotente. Perciò anche la fede, se integra, può fronteggiare senza timore le forze del mondo, in quanto si sa guidata e protetta da colui che, più forte, ha legato l'uomo forte ("Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l'uomo forte: allora ne saccheggerà la casa". Mc 3,27). E non è, come si vorrebbe far credere, che in un mondo in cui la fede si fa definitivamente da parte sorgono finalmente la pura ragione e la pura temerarietà. Dove la fede viene meno, l'uomo necessariamente ricomincia a temere le forze sconosciute del destino, del futuro, della natura, che egli non si può scongiurare, ma solo Colui che le ha create e che le guida.
Preghiamo dunque in questo giorno di Pentecoste che lo Spirito Santo discenda su di noi e rinnovi la faccia della terra. Amen!
SANTA MESSA NELLA FESTA DEL BATTESIMO DI GESU
OMELIA DI SUA EMINENZA CARD. JOSEPH RATZINGER
Chiesa Collegiata di Berchtesgaden, Domenica, 7 gennaio 1990
Cari fratelli e sorelle!
In tutte le solennità del tempo natalizio ci troviamo di fronte allo stesso concetto, quello dell'Epifania, vale a dire dell'apparizione della luce di Dio in questo mondo. Così queste solennità rispondono ad una domanda e a un'esigenza che nell'uomo sono sempre state vive e che anche oggi si pongono in maniera più o meno chiara, poiché sono insite nella nostra natura.
Anche se apparentemente il mondo di oggi vive molto lontano da Dio, anche se la parola di Dio sembra quasi diventata un forestierismo, tuttavia non possiamo fare a meno di chiederci se dietro a tutto quello che in esso c'è di grande, di bello e di terribile non ci sia la forza originaria del divino. Pertanto nel cuore dell'uomo resta indelebile anche il desiderio indelebile che questa forza, se esiste, si manifesti. Che la sua luce risplenda nell'oscurità delle nostre domande, perché si possa sapere da dove veniamo e dove andiamo, perché questa luce ci sia di conforto e al tempo stesso di guida.
Il ciclo delle solennità natalizie ci parla della nascita di Gesù nella stalla, annunciata dagli angeli circonfusi dallo splendore luminoso di Dio. Ci parla della stella che guida i Magi giunti dall'Oriente fino alla mangiatoia di Betlemme. E infine ci parla del cielo che apre sul Giordano e nel quale risuona la voce di Dio.
Sono tutti segni che ha posto nella storia e tramite i quali ci dice: "Si, sono qui. Vi conosco. Vi amo. C'è una strada che da me viene a voi. E c'è una strada che da voi sale a me." Dio ha assunto dimensioni per così dire umane nel bambino e nell'uomo Gesù, perché noi lo possiamo toccare, vedere e comprendere. E al tempo stesso, con questo suo farsi piccolo, ha fatto risplendere la luce della sua grandezza. Perché, proprio come colui che può permettersi di abbassarsi fino all'impotenza dell'amore, egli dimostra che cosa sia la vera grandezza, anzi, che cosa sia essere Dio.
Il significato di tali solennità e in genere il significato dell'anno liturgico, è soltanto quello di avvicinarci ancora una volta a questi segni di Dio, al di là della nostra smemoratezza e del buio della nostra quotidianità, a questi segni che una volta per tutte sono impressi nella storia, affinché il nostro cuore si apra nuovamente e affinché li vediamo e ne siamo guidati.
Se il Natale e l'Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore, la festa del Battesimo di Gesù ci introduce alla quotidianità della vita. Infatti tramite il Battesimo, Gesù si è unito a noi, il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costituito tra sé e noi, la strada tramite la quale diventa a noi accessibile.
Così il Battesimo di Gesù ci ricorda soprattutto il nostro Battesimo e ci chiede cosa è cambiato nella nostra vita con l'ingresso in essa di Dio. Ci chiede: "Che cosa significa in realtà per me essere battezzato?" Che cosa significa per me il Battesimo? Se siamo onesti dobbiamo rispondere che in realtà non significa gran che. Non lo comprendiamo bene. Abbiamo presente il significato della confessione, della prima comunione e della cresima, ma il nostro battesimo, posto com'è all'inizio della nostra vita, non fa parte dei nostri ricordi. E anche in occasione del Battesimo dei bambini di amici e parenti non sappiamo bene che cosa in effetti voglia dire questo rito, che cosa in esso avvenga in realtà. Oggi molti ritengono che il Battesimo sia modalità un po' superata per accogliere una persona in una comunità di fedeli. Pensano che probabilmente si facesse così perché la maggior parte delle persone non sapeva né leggere né scrivere. Oggi, secondo costoro, sarebbe molto più semplice valersi di una registrazione, un attestato o qualcosa del genere.
E poiché pensano in questa maniera, non fanno battezzare i loro figli, dicendo: "Lasciamo che siano loro stessi a decidere se un giorno vorranno entrare a far parte della comunità". Ma al di là dell'apparente rispetto per la libertà del bambino, dimenticano che non gli hanno chiesto se voleva venire al mondo. Siamo sicuri che egli volesse davvero entrare a far parte della vita degli uomini? E in effetti l'azzardo di vivere nell'ignoranza di un futuro a cui ci si sente estranei può essere giustificato soltanto se si è in grado di offrire al bambino che nasce qualcosa di più della semplice esistenza biologica. Soltanto se insieme alla vita che si affaccia a un futuro indefinibile si sa proporre anche un senso: una forza del bene che è più potente di tutte le eventuali minacce e pericoli a cui il bambino potrà essere esposto. Soltanto se si è in grado di offrire al bambino questa chance è giusto e ha senso decidere di metterlo al mondo.
Ed eccoci ora di fronte alla domanda a cui il Battesimo dà risposta. Poiché gli uomini nel loro intimo sentono l'importanza di questa domanda e la forza dirompente che ha in sé, esso desiderano qualcosa che assomigli al battesimo. Vogliono che il momento che una nuova creatura fa il suo ingresso nella vita acquisti un particolare risalto rispetto alla vita di tutti i giorni, vogliono che quel momento sia una festa al di là di quella che è la semplice sfera del privato, un giorno di gratitudine e di gioia per il fatto che è nata una nuova vita e con essa viene trasmessa una nuova speranza per il mondo e per la storia. Al tempo stesso in tale richiesta c'è anche un gesto di supplica rivolto all'ignoto, affinché il bambino sia tutelato e protetto. Con questo desiderio di innalzare un solenne ringraziamento e sottolineare l'efficacia di un gesto supplichevole rivolto all'ignoto, di fatto siamo già molto vicini a quello che è il Battesimo. Al di là di questo sentimento primordiale, nella storia degli uomini ci sono sempre stati tentativi di esprimere con rituali sacri la gratitudine e il bisogno di protezione del futuro. La nascita e la morte sono i due momenti in cui per un attimo le due mura della vita terrena per così dire si aprono e lasciano intravedere il diverso.
Di fronte alla morte sentiamo che c'è un limite al nostro fare e che andiamo verso l'ignoto, e affiora in noi il pensiero che forse ci verrà chiesto conto di cosa abbiamo fatto della nostra vita. Al momento della nascita vediamo che, con la nuova creatura che viene alla luce, ha fatto il suo ingresso nel mondo qualcosa che va ancora una volta al di là di quello che noi siamo in grado di produrre.
Perché il bambino è qualcosa di più della combinazione dei cromosomi del padre e della madre, qualcosa di più del frutto dell'unione di due persone, è qualcosa di completamente nuovo: non si può prevedere in anticipo come sarà. Non è semplicemente il prodotto di quelle due persone, è un nuovo essere vivente: si tratta di una creazione. Si tratta ancora una volta di un inizio, in virtù della potenza di Colui che con il suo fiat ha dato vita al mondo. Questo nuovo bambino non è una "proprietà" del padre e della madre; è affidato a loro, con la dignità del proprio io, dignità che i genitori devono proteggere e custodire, ma che, pur con le loro caratteristiche peculiari, devono rispettare proprio così com'è. Su questo si basa la responsabilità dei genitori, anzi di tutti gli uomini gli uni per gli altri. Da ciò deriva il fatto che ogni nuova creatura è una speranza per il mondo e al tempo stesso una questione aperta, piena di incognite e di pericoli.
Visto che riguardo all'uomo le cose stanno in questo modo, è per questo che egli ha bisogno del Battesimo, dell'intervento dell'altro. È per questo – l'ho già detto – che lungo la storia si sono susseguiti riti analoghi al Battesimo in un certo qual modo anticipazioni del mistero di Gesù Cristo. Ed è per questo che in seguito anche nelle società atee si sono avute imitazioni o scimmiottature del Battesimo. Perché mentre l'andare verso ciò che è ancora sconosciuto rappresenta realmente la mano dell'uomo tesa in un gesto di richiesta, ciò che avviene nelle società atee è vuota imitazione, che la miseria di un mondo senza Dio rende percepibile in maniera ancora più drastica. Quello che volevano rappresentare i riti del mondo pagano – gratitudine e al tempo stesso supplica – è ripreso nel Battesimo, che però è qualcosa di più di un gesto di supplica rivolto a ciò che è imperscrutabile. Esso è nello stesso tempo risposta e accettazione: adito ad una risposta che è già avvenuta. Perché da quando il Figlio si è fatto battezzare il cielo è realmente aperto e continua ad aprirsi. Da allora non lanciamo più il nostro grido all'ignoto, ma possiamo porre questa nuova vita nelle sue mani, nelle mani forti di Colui che è più forte delle potenze oscure del mondo. È lui stesso che accoglie una nuova vita tra le sue braccia.
Il Battesimo allora significa questo: che noi restituiamo a Lui quello che da Lui è venuto. Il bambino non è mio come può esserlo una somma di denaro o un oggetto qualsiasi. Egli non è mai proprietà di qualcuno. È affidato da Dio alla nostra responsabilità, liberamente e in modo sempre nuovo, affinché noi gli permettiamo di essere un libero figlio di Dio. Solo grazie a questa consapevolezza è possibile trovare la giusta via tra l'autoritarismo e la mancanza di autorità, tra la pretese che molti hanno di disporre dei propri figli come se fossero una loro proprietà, il tentativo di plasmare i figli in base alle proprie idee e ai propri desideri, tentativo che finisce per rovinarli e far loro violenza, e quell'assurdo lasciar correre che viene spacciato come rispetto per la libertà, ma che in realtà è disprezzo della natura umana e della sua dignità. Perché in questo modo si nega al bambino il dono dell'amore e della comunità in cammino, lo si abbandona alle forze oscure dell'esistenza. Questo timore distruttivo della garanzia offerta dalla verità e dall'amore è inevitabile se l'uomo non sa più chi egli sia e per che cosa viva. In questo caso egli non può dare al bambino altro che la vita , che da sola è senza senso. Ma noi sappiamo a chi effettivamente appartiene il bambino e a chi è debitore. Se lo introduciamo alla luce di Dio e ai suoi insegnamenti, non gli facciamo violenza inculcandogli nostre idee personali, ma lo formiamo e lo guidiamo verso quella che è la sua natura più autentica. Allora gli doniamo la sua vera libertà, il suo essere sé stesso. Lo consegniamo nelle mani di Colui che è creatore e salvatore. Questo è il dono e l'impegno del Battesimo.
Così al tempo stesso doniamo al bambino la nuova famiglia, che è più grande, più forte e più stabile, più aperta, più ampia e più completa di quanto non sia la sua: la famiglia dei credenti, della Chiesa. Questa famiglia a sua volta non si basa solo su sé stessa e non cerca da sola la sua strada, ma in unione con Cristo è collegata alla luce eterna di Dio stesso, quindi alla verità che per noi è diventata la via. Così il battesimo è veramente una garanzia al di là della morte e al di là di tutte le tenebre del futuro. È la certezza legata al fatto che affidiamo questo bambino ad una bontà che è potenza, ad una bontà che non gli risparmierà le difficoltà della vita, ma che siamo sicuri che è più forte di tutte le tenebre. In virtù della forza di questa bontà la vita umana è e resta buona, anche nelle notti che deve attraversare.
Così il Battesimo è l'arcobaleno di Dio sulla nostra vita, la promessa del suo grande sì, la porta della speranza e nello stesso tempo il segno che ci mostra come si fa ad essere un uomo: in unione con la propria famiglia e con la Chiesa di Dio, e quindi seguendo Gesù Cristo in maniera attiva e personale e percorrendo le sue strade. Con lui procediamo bene. Guardando a lui ci rendiamo conto che Dio è più grande del nostro cuore. Con questa certezza gioiosa iniziamo fiduciosi il nuovo anno. Amen.
(dal libro “Sul Natale” del 2005, Lindau)
Un’omelia del cardinale Joseph Ratzinger (1991)
La Casa della Madonna: “Casa aperta alla famiglia di Dio”
Pubblichiamo l’omelia che il cardinal Joseph Ratzinger – ora Benedetto XVI - ha tenuto a Loreto l’8 settembre 1991, durante il solenne pontificale, in occasione della festività della Natività di Maria, alla presenza di numerosi pellegrini, provenienti anche da Altötting per il gemellaggio della città bavarese con Loreto. Il testo è tratto fedelmente da una bobina registrata, parola per parola (vedi Messaggio della S. Casa, novembre 1991, pp. 266-268).
Il giorno della Natività della Vergine Maria non è un compleanno come tanti altri. Celebrando il compleanno di una grande personalità della storia pensiamo ad una vita passata, pensiamo a cose passate, a fatti compiuti da tale personalità e all’eredità da essa lasciata.
Pensiamo, in una parola, a cose di questo mondo. Con la Madre di Dio non è così. Maria non parla di se stessa. Dal primo momento della vita lei è totalmente trasparente per Dio, è come un’icona raggiante della bontà divina. Maria, con la totalità della sua persona, è un messaggio vivo di Dio per noi. Perciò Maria non appartiene al passato, Maria è contemporanea a noi tutti, a tutte le generazioni. Con la sua disponibilità alla volontà di Dio ha quasi trasferito, consegnato il tempo umano della sua propria vita nelle mani di Dio e, così, ha unito il tempo umano con il tempo divino. Con il suo presente permanente, perciò, Maria trascende la storia ed è presente sempre nella storia, presente con noi.
Maria impersona il messaggio vivo di Dio. Ma cosa ci dice di più precisamente la vita di Maria oggi, nel giorno della sua nascita? Mi sembra che proprio il santuario di Loreto, costruito attorno alla Casa terrena di Maria, costruito attorno alla Casa di Nazareth, possa aiutarci a capire meglio il messaggio della vita della Madonna. Queste pareti conservano per noi il ricordo del momento nel quale l’angelo venne da Maria con il grande annuncio dell’Incarnazione, il ricordo della sua risposta: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Questa Casa umile è una testimonianza concreta, palpabile dell’avvenimento più grande della nostra storia che è l’incarnazione del Figlio di Dio.
Il Verbo si è fatto carne. Maria, la serva di Dio, è divenuta la “porta” per la quale Dio è potuto entrare in questo mondo. Anzi, non solo la “porta”, è divenuta “dimora”del Signore, “casa vivente”, dove ha abitato realmente il Creatore del mondo. Maria ha offerto la sua carne perché il Figlio di Dio diventasse come noi. E qui ci viene in mente la parola con la quale secondo la Lettera agli Ebrei, Cristo ha iniziato la sua vita umana dicendo al Padre: “Non hai voluto né sacrifici né offerta, un corpo invece mi hai preparato [...]. Allora io ho detto: ecco, io vengo, o Dio, per fare la tua volontà” (Ebr 10, 5-7).
La serva del Signore dice proprio la stessa cosa: mi hai preparato un corpo, ecco io vengo. In questa coincidenza della parola del Figlio con la parola della Madre si toccano, anzi si uniscono cielo e terra, Dio creatore e la sua creatura. Dio diventa uomo, Maria si fa “casa vivente” del Signore, “tempio” dove abita l’Altissimo. E qui sopraggiunge un’altra considerazione: dove abita Dio, tutti noi siamo “a casa”; dove abita Cristo, i suoi fratelli e le sue sorelle non sono stranieri. Così è anche con la Casa di Maria e con la vita stessa di lei: è aperta per tutti noi. La madre di Cristo è anche la nostra Madre, di tutti quanti sono divenuti corpo di Cristo e costituiscono la famiglia di Cristo Gesù. Essi sono con Cristo e con la Madre, costituiscono la “sacra famiglia” di Dio.
Maria ci ha aperto la sua vita e la sua Casa perché, aprendosi a Dio, si è aperta a tutti noi e ci offre la sua Casa come Casa comune dell’unica famiglia di Dio. Possiamo dire: dove c’è Maria c’è la Casa; dove c’è Dio, siamo tutti “a casa”. La fede ci dà una casa in questo mondo, ci riunisce in una unica famiglia. Qui però nasce una domanda seria: la fede ci dice che siamo tutti fratelli e sorelle di Cristo, quindi un’unica famiglia; noi dobbiamo chiederci se questo è vero, se siamo realmente un’unica famiglia e, se non è vero, perché non è vero, perché le opposizioni, le lotte, l’egoismo lacerante?
La Casa di Nazareth non è una reliquia del passato, essa ci parla nel presente e ci provoca a un esame di coscienza. Dobbiamo domandarci se siamo realmente aperti anche noi al Signore, se vogliamo offrirgli la nostra vita perché sia una dimora per lui; oppure se abbiamo un po’ di paura della presenza del Signore, se abbiamo paura che essa possa limitare la nostra dignità, se vogliamo forse riservarci una parte della nostra vita che vorremmo appartenesse solo a noi e non fosse conosciuta da Dio, che non dovrebbe avvicinarsi ad essa.
Mi sembra che questa Casa di Nazareth conservi, anche sotto questo punto di vista, un simbolismo molto prezioso. Come sapete, questa Casa ha solo tre pareti: è una Casa aperta, dunque, è come un invito, è come un abbraccio aperto. Essa, cosi, ci dice: aprite anche voi le vostre case, le vostre famiglie, la vostra vita alla presenza del Signore.
Questa Casa sia aperta alla famiglia di Dio, a tutti i figli di Dio, ai fratelli e alle sorelle di Cristo! Lasciamoci sfidare, accettiamo la parola della Madre che ci dice: venite, venite nella mia Casa e diventate anche voi, ogni giorno della vostra vita, realmente dimora del Signore.
Questa Casa diventa così come una famiglia aperta, nella quale tutti i figli di Dio, tutte le creature di Dio sono anche fratelli e sorelle nostri. Maria, dunque, è “casa vivente” del Signore; la Casa di Nazareth è casa comune di tutti noi, perché, dove abita Dio tutti siamo “a casa”.
Questa Casa nazaretana nasconde un altro messaggio. Finora abbiamo detto che Dio non è un Dio astratto, puramente spirituale, lontano da noi: Dio si è legato alla terra, Dio ha una storia comune con noi, una storia palpabile, visibile, qui, in questi segni della sua storia e soprattutto nella Santa Chiesa e nei sacramenti.
La fede ci fa “abitare” ma ci fa anche “camminare”. Anche su questo punto la Casa nazaretana conserva un insegnamento importante. Quando i crociati hanno trasferito le pietre della Casa nazaretana dalla Terra Santa qui sulla terra italiana, hanno fissato il nuovo posto della Casa sacra su una strada. È una casa - mi sembra - molto strana, perché casa e strada sembrano escludersi: o casa o strada, vogliamo dire. Ma proprio così si esprime il messaggio vero di questa Casa, che non è una casa privata di una persona, di una famiglia, di una stirpe, ma sta sulla via di noi tutti: è una Casa aperta di noi tutti. La stessa Casa ci fa “abitare” e ci fa “camminare”.
La vita stessa è la casa della famiglia di Dio che è in pellegrinaggio con Dio, verso Dio, verso la casa definitiva e verso la “città nuova”. E qui possiamo essere ancora più concreti.
Tutti i santuari, i grandi santuari del mondo, hanno offerto sempre a persone di nazioni diverse, di razze, di professioni diverse questa esperienza preziosa della casa nuova della famiglia comune di tutti i figli di Dio. Questa esperienza della casa però presuppone l’esperienza di un cammino, l’esperienza del pellegrinaggio. Il pellegrinaggio è una dimensione fondamentale dell’esistenza cristiana.
Solo camminando, pellegrinando possiamo superare le frontiere delle nazioni, delle professioni, delle razze. Possiamo diventare uniti solo andando insieme verso Dio. Il significato di questo gemellaggio tra Loreto e Altötting si inserisce in questa realtà: ci dice lo stesso che dobbiamo andare insieme, dobbiamo divenire pellegrini dell’eterno, dobbiamo alzarci sempre di nuovo verso Dio, verso la pace divina, verso l’unità con Dio e la sua unica famiglia.
HOMÉLIE POUR NOËL.
RATZINGER À MÜNICH (1978): L'ENFANT FRAPPE À LA PORTE...
Si nous considérons la liturgie du Noël de l'Église, voici qu'elle nous apparaît comme un précieux tissu composé de multiples fils: les fils de l'Ancien Testament, en particulier les Psaumes et les prophètes, ceux des lettres de Paul et enfin les différentes nuances de trois évangélistes, Matthieu, Luc et Jean. Deux d'entre eux, cependant, Luc et Jean, forment la véritable "bitonalité" de la Nativité, qui constitue la foi dans le Noël de l'Eglise. Ne pas tenir compte de cela, c'est détruire le vrai mystère de Noël.
Dans son récit Luc, qui fait remonter sa tradition aux choses sur lesquelles Marie a réfléchi et qu'elle a gardées pour elle dans la contemplation du mystère de Dieu, nous fait connaître la participation humaine et la ferveur maternelle avec laquelle la mère du Seigneur a vécu les événements de la Nuit Sainte.
Au contraire, Jean ne prend pas en compte les détails humains de l'histoire, mais nous fait tourner le regard jusqu'aux abysses de l'éternité, pour nous faire reconnaître le véritable ordre de grandeur de l'événement: la Parole s'est fait chair et de sa plénitude nous avons reçu grâce sur grâce. Voilà pourquoi les Conciles de l'Église primitive se sont efforcés d'exprimer avec des mots cette chose grande, inattendue est toujours inconcevable et inexprimable: le temps où le Fils éternel de Dieu est devenu le fils de Marie. Celui qui est engendré par le Père dans l'éternité est devenu homme dans l'histoire grâce à Marie. Le vrai fils de Dieu est le vrai fils de l'homme.
Aujourd'hui, dans le monde chrétien, ces dogmes ne comptent plus beaucoup. Ils nous semblent trop grands et trop éloignés pour affecter nos vies. Et les ignorer ou ne pas trop les prendre en en considération, faisant du fils de Dieu, plus ou moins son représentant, semble presque être une sorte de "transgression pardonnable" pour les chrétiens.
On argue du prétexte que tous ces concepts sont si loin de nous que ne nous ne réussirons jamais à les traduire en paroles convaincantes et, au fond, même pas à les comprendre. En outre, nous nous sommes fait une telle idée de la tolérance et le pluralisme, que croire que la vérité s'est effectivement manifestée semble être rien de moins qu'une violation de la tolérance. Pourtant, si nous pensons ainsi, nous effaçons la vérité, nous faisons de l'homme un être auquel la vérité est définitivement fermée et nous nous contraignons, nous-mêmes et le monde, à adhérer à un relativisme vide.
Nous ne reconnaissons pas ce qu'il y a de salvifique dans Noël, c'est-à-dire qu'il nous donne la lumière, et que s'est manifesté et révélé à nous le chemin, qui est vraiment le chemin parce qu'il est la Vérité. Si nous ne reconnaissons pas que Dieu s'est fait homme, nous ne pouvons pas vraiment célébrer et conserver dans nos cœurs Noël, avec sa grande joie qui rayonne bien au-delà de nous-mêmes. Si ce fait est ignoré, beaucoup de choses peuvent fonctionner encore longtemps, mais en réalité, l'Église commence à s'éteindre, à partir de son cœur. Et elle finira par être méprisée et foulée aux pieds par les hommes, juste au moment où elle croira être devenue acceptable pour tous.
La parole est devenue chair. À côté de cette vérité qui nous est présentée par Jean, cependant, il doit aussi y avoir la vérité de Marie, qui nous a été révélée par Luc. Dieu s'est fait chair. Ce n'est pas seulement un événement infiniment grand et loin de nous, c'est quelque chose de très humain et de très proche de nous: Dieu s'est fait enfant, un enfant a besoin d'une mère. Il est devenu un enfant, une créature qui entre dans le monde en pleurant, dont la première voix est un cri qui demande de l'aide, dont le premier geste est représenté par les mains tendues en quête de sécurité. Dieu est devenu un enfant. D'un autre côté, nous entendons dire aussi que ces choses ne sont que du sentimentalisme, qu'il serait préférable de laisser de côté. Mais le Nouveau Testament a d'autres idées à ce sujet. Pour la foi de la Bible et de l'Eglise, il est important que Dieu ait voulu être une telle créature, dépendant de sa mère, dépendant de l'amour secourable d'un homme. Dieu a voulu être une créature qui dépend des hommes, pour susciter en nous l'amour qui nous purifie et nous sauve. Dieu est devenu un enfant, et l'enfant est une créature qui dépend des autres.
Ainsi, dans le fait d'être un enfant, il y a déjà le thème de la recherche d'un asile, un thème fondamental de Noël. C'est un thème qui a connu tellement de variantes dans l'histoire! Aujourd'hui, nous en expérimentons une forme très angoissante: l'enfant frappe aux portes de notre monde. A raison, nous déplorons sans cesse le fait que l'environnement dans lequel nous vivons est devenu hostile aux enfants, qu'il refuse à l'enfant l'espace intérieur et extérieur où il pourrait réaliser son existence dans la liberté et la joie.
L'enfant frappe à la porte. Cette demande d'asile va encore plus en profondeur. Il n'y a pas seulement l'environnement hostile aux enfants, avant cela, il y a aussi le fait qu'on ferme à l'enfant la porte par laquelle il pourrait entrer dans ce monde, qu'on dise qu'il n'y a plus de place pour lui. L'enfant est considéré comme une sorte de danger ou un accident à éviter.
L'art de lui fermer la porte est considéré comme un apport des Lumières et d'une mentalité libérée des préjugés. Souvent, piétiner la vie qui, plus que toute autre, est sans défense, la vie qui n'est pas encore née, ne semble même plus être une transgression vénielle, mais un simple paramètre de l'émancipation. Dans la façon de penser de notre époque - mais si nous sommes sincères, secrètement dans notre façon de penser à nous aussi - l'enfant apparaît comme celui qui fait concurrence à notre liberté, comme celui qui fait concurrence à notre futur, qui nous prend notre place.
Nous remplissons l'espace de nos vies d'objets et de produits, et n'avons jamais assez de choses que nous programmons et que nous pouvons ensuite jeter. Nous avons tout au plus de la place pour un animal qui conviendra à nos caprices. Mais nous n'avons pas de place pour une nouvelle liberté, une nouvelle volonté qui entre dans nos vies et que nous ne pouvons pas programmer, ou gouverner: ce serait trop lourd pour nous. Nous voulons seulement ce qu'on peut programmer, le produit, les choses que nous pouvons faire et que nous pouvons aussi jeter.
L'enfant frappe à la porte. Si nous le recevions, nous devrions réviser radicalement notre rapport avec la vie, nous devrions être disposés à ne pas seulement profiter d'elle à notre avantage, nous devrions cesser de la considérer seulement comme une opportunité utile pour tirer parti de ce que les circonstances nous offrent. Nous devrions au contraire la vivre et la considérer comme un don pour les autres. Nous devrions apprendre à voir dans l'enfant, dans la nouvelle liberté d'un autre être humain qui vient à la vie, non pas la destruction de notre liberté, mais une occasion qui lui est offerte, pas le concurrent qui nous prend notre futur et notre espace vital, mais la force créative qui donne son empreinte au futur et le porte en elle. Nous pouvons dire que nous avons à faire à quelque chose de très profond en fonction de la façon dont en fin de compte, nous concevons la condition d'homme: si c'est du point de vue d'un égoïsme terrible qui se sent perpétuellement menacé, ou bien de celui d'une liberté confiante qui accueille et sait accueillir une autre liberté, parce qu'elle sait qu'au fond, l'homme est soutenu par Dieu et est donc appelé à la communion de l'amour et de la liberté du vivre ensemble.
Recherche d'asile. Au cours des dernières semaines, nous avons vu des images impressionnantes des réfugiés vietnamiens et nous avons également été témoins d'une perte effrayante du sentiment d'humanité. Jusqu'à maintenant, fournir une assistance aux naufragés était considéré comme l'une des qualités premières de la nature humaine. Pour ces fugitifs cette règle n'a pas semblé pas être valide.
Grâce à Dieu, ces derniers temps, les choses se sont un peu améliorées. Heureusement, même les pays européens, même notre pays, ont au moins un peu ouvert leurs portes pour accueillir ces rejetés. Et à ce point, je tiens à remercier de tout coeur tous ceux qui se sont employés et ont lutté dans notre pays afin que les portes s'ouvrent. Mais avec cela, le problème n'est pas encore résolu. A présent que la question nous concerne, de nouvelles difficultés se présenteront. Et tout comme les aubergistes de Bethléem avaient certainement de bonnes raisons pour dire à ces époux qu'il n'y avait pas de place pour eux, nous aussi, nous trouverons de bonnes raisons pour nous refuser à l'amour.
Pensons toutefois à une chose: dans l'histoire de l'après-guerre, le fait qu'un pays dévasté, privé de moyens, détruit, accueille des millions de réfugiés, parfois à contre-coeur, mais finalement ouvre ses portes, restera une gloire du peuple allemand. Nous aurions eu de bonnes raisons de nous esquiver, disant que tout avait été détruit et que nous-mêmes n'avions rien. Nous avions réparti le peu que nous avions, à chacun de nous, il serait resté moins que rien. Pourtant, nous avons dit oui (1). Et aujourd'hui, nous savons que ceux qui voyaient en l'autre un rival qui nous enlèverait notre espace de vie avaient tort. Nous savons que la grande fermeté économique et la solidité morale de la première génération allemande d'après-guerre, ont été rendues possibles, de manière déterminante, par la force morale, spirituelle et humaine de ceux qui étaient arrivés dans notre pays détruit et qui ont été non pas des rivaux, mais des énergies pour une nouvelle vie et un nouveau futur.
Et nous connaissons aussi un exemple qui est le contraire de celui-là. Au Moyen-Orient, ont n'a jamais ouvert de porte aux réfugiés de Palestine. Là où la personne est accueillie et bien acceptée, elle devient une force de créativité, d'espérance et d'amour, alors que là où elle est rejetée, elle provoque une intoxication aux proportions dévastatrices. Et nous voyons comment ce foyer d'infection non seulement perturbe et menace le Moyen-Orient jusqu'à ses racines, mais met également en danger le monde entier, parce que le monde est un seul. Ce serait une véritable infâmie si nous, qui avons été capables d'accueillir des personnes dans un pays détruit, bombardé et pillé, en leur faisant une place, aujourd'hui, dans notre pays plein de richesses, nous disions: "Non, nous n'avons plus de place".
Recherche d'asile. La collecte de Noël de l'Adveniat, promue par l'Église, s'y réfère également. Les peuples d'Amérique latine frappent et nous demandent de les faire participer eux aussi à la jouissance des biens de ce monde, qui sont donnés à tous. "Il vint chez lui, et les siens ne l'ont pas reçu. Mais quant à tous ceux qui l'ont reçu, Il leur a donné le pouvoir de devenir enfants de Dieu, à ceux qui croient en son nom " (Jean, 1, 11-12).
En cette heure, demandons à Dieu d'ouvrir nos cœurs, soyons capables de l'entendre frapper à notre porte, et ouvrons-lui sans crainte, accueillons-le, devenant ainsi ses fils, les fils de l'enfant dans lequel, en cette nuit, a surgi pour le monde la vraie lumière.
Amen
NOTE
(1) Presque vingt ans plus tard, en 1997, le cardinal avait répondu aux questions d'un journaliste du Corriere della Sera, après que le naufrage d'un navire de boat people albanais au large des côtes italiennes eût fait de nombreux morts.
Voici, pour mémoire, ce qu'il disait alors (benoit-et-moi.fr/2010-I):
Notre devoir est d'aider ces gens à rentrer chez eux et à y construire une vie digne. Cela doit être la perspective. Mais aujourd'hui, en attendant ce retour, nous devons leur offrir l'hospitalité.
Le problème est qu'ici, il y a la crise, mais, par rapport aux Albanais, nous vivons dans une certaine prospérité. Nous ne voulons pas être "perturbés". Il nous manque cette capacité de partager avec autrui, de l'accepter, de l'aider. C'est quelque chose que l'homme apprend difficilement. Je pense que la défense d'un certain égoïsme contre la présence de facteurs qui perturbent le rythme de la vie quotidienne est profondément inhérente à l'homme. Et que nous avons besoin d'une éducation permanente pour surmonter l'égoïsme, afin de faire face à des cas de ce genre.
(..)
Nous devons les accepter. Expliquant que, dès que possible avec l'aide internationale, ils devront reconstruire leur pays. Mais tant qu'ils fuient un danger immédiat pour leur vie ...la fermeture des frontières serait un acte d'égoïsme. Nous ne pouvons pas faire cela. Bien sûr, il faut distinguer la situation des éléments criminels, qui sont justement ceux qui ont provoqué cette situation. Mais simplement fermer les frontières, on ne peut pas le faire.
[Pour en revenir à la résurgence de l'égoïsme] c'est un phénomène très humain. Je me souviens en Allemagne après la guerre, quand sont arrivés des millions d'Allemands expulsés de l'Est. Ils étaient Allemands comme nous, il était normal de les accepter. Cependant, l'hospitalité, dans les premiers jours, n'était pas si généreuse. Et ils ont souffert, en voyant ces cœurs endurcis. D'un autre côté, nos gens disaient, nous sommes déjà si pauvres ...
Comme je l'ai dit, il est très naturel d'avoir comme première réaction la défense de la normalité de sa propre vie. Il faut de la patience. C'est un défi important pour l'Église d'éduquer les gens à ouvrir leur cœur.
PANE EUCARISTICO E PANE QUOTIDIANO. UNA MEDITAZIONE SUL “CORPUS DOMINI” DI JOSEPH RATZINGER
Pane eucaristico e pane quotidiano
Perché c’è tanta fame nel mondo? Perché tantissimi bambini devono morire di fame, mentre altri sono soffocati dall'abbondanza? Perché il povero Lazzaro deve continuare ad aspettarsi invano le briciole del ricco gaudente, senza poter varcare la soglia della sua casa? Certamente non perché la terra non sia in grado di produrre pane per tutti.
Nei paesi dell’Occidente si offrono indennizzi per la distruzione dei frutti della terra, allo scopo di sostenere il livello dei prezzi, mentre altrove c’è chi patisce la fame.
La mente umana sembra più abile nell'escogitare sempre nuovi mezzi di distruzione, invece che nuove strade per la vita. E’ più ingegnosa nel far arrivare in ogni angolo del mondo le armi per la guerra, piuttosto che portarvi il pane. Perché accade tutto questo? Perché le nostre anime sono malnutrite, i nostri cuori sono accecati e induriti.
Il mondo è nel disordine perché il nostro cuore è nel disordine, perché gli manca l’amore, perciò non sa indicare alla ragione le vie della giustizia.
Riflettendo su tutto questo, comprendiamo le parole con cui Gesù obietta a Satana, che lo invita a trasformare le pietre in pane: «Non di solo pane vivrà l’uomo/ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Perché ci sia pane per tutti, deve prima essere nutrito il cuore dell’uomo. Perché ci sia giustizia tra gli uomini, deve prima germogliare la giustizia nei cuori, ma essa non si sviluppa senza Dio e senza il nutrimento vitale della sua parola. Questa Parola si è fatta carne, è divenuta persona umana, affinché noi potessimo accoglierla e farla nostro nutrimento. Poiché l’uomo è troppo piccolo, incapace di raggiungere Dio, Dio stesso si è fatto piccolo per noi, così che possiamo ricevere amore dal suo amore e il mondo diventi il suo regno.
Questo significa la festa del Corpus Domini. Il Signore che si è fatto carne, il Signore che è diventato pane, noi lo portiamo per le vie delle nostre città e dei nostri paesi.
Lo immergiamo nella quotidianità della nostra vita, le nostre strade diventano le sue strade. Egli non deve restare rinchiuso nei tabernacoli discosto da noi, ma in mezzo a noi, nella vita d’ogni giorno. Deve camminare dove noi camminiamo, deve vivere dove noi viviamo. Il nostro mondo, le nostre esistenze devono diventare il suo tempio.
Il Corpus Domini ci fa capire cosa significa fare la comunione: ospitarlo, riceverlo con tutto il nostro essere. Non si può mangiare il corpo del Signore come un qualsiasi pezzo di pane. Occorre aprirsi a lui con tutta la propria vita, con tutto il cuore: «Ecco, io sto alla porta e busso – dice il Signore nell'Apocalisse – Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò in lui, cenerò con lui e lui con me» (3,20).
Il Corpus Domini vuole rendere percepibile questo bussare del Signore anche alla nostra sordità interiore.
Egli bussa forte alla porta della nostra vita d’ogni giorno e dice aprimi!/fammi entrare/comincia a vivere di me! Questo non può valere soltanto un attimo, come di sfuggita, durante la santa messa, e poi di nuovo come prima. E’ un’esperienza che attraversa tutti i i tempi e tutti i luoghi. Aprimi! – dice il Signore – Come io mi sono aperto per te. Aprimi il mondo, perché io possa entrarvi, e possa così rischiarare le vostre menti intorpidite, vincere la durezza dei vostri cuori. Fammi entrare! Io per te mi sono lasciato squarciare il cuore. Il Signore dice questo a ciascuno di noi, lo dice alla nostra comunità nel suo insieme: fatemi entrare nella vostra vita, nel vostro mondo. Vivete di me, per essere veramente vivi. Ma vivere significa anche e sempre: donare ad altri.
Il Corpus Domini è un invito rivolto a noi dal Signore, ma è anche un grido che noi indirizziamo a lui. Tutta la festa è una grande preghiera:facci dono di Te! Dà a noi il vero pane! Arriviamo così a comprendere meglio il “Padre nostro”, la preghiera per eccellenza. La quarta invocazione, quella per il pane, funge come da collegamento fra le tre invocazioni che riguardano il regno di Dio e le ultime tre che riguardano le nostre necessità.
Che cosa chiediamo? Naturalmente il pane per oggi. E’ la preghiera dei discepoli, che non hanno capitali da parte, ma vivono della quotidiana bontà del Signore: perciò si mantengono in dialogo costante con lui, volgono a lui il loro sguardo, confidano soltanto in lui. E’ la preghiera di chi non vuole accumulare ricchezze, di chi non cerca una sicurezza mondana, ma si accontenta del necessario per avere tempo da dedicare alle cose veramente importanti. E’ la preghiera dei semplici, degli umili, di coloro che amano e vivono la povertà nello Spirito Santo.
Ma nella domanda del pane c’è un’altra profondità. Il termine greco epiousios, che noi traduciamo con “quotidiano”, non compare da nessun’altra parte, ma è tipico ed esclusivo del “Padre nostro”. Per quanto gli esperti discutano ancora sul suo significato, molto probabilmente vuole anche dire: dacci il pane di domani, cioè il pane del mondo a venire. In realtà, soltanto l’eucaristia può essere la risposta a ciò che questa misteriosa parola, epiousios, vuole indicare: il pane del mondo futuro, che già oggi ci è dato, affinchè già oggi il mondo futuro abbia inizio in mezzo a noi. Alla luce di questa invocazione, la preghiera perché venga il regno di Dio e perché la terra diventi come il cielo assume grande concretezza: con l’eucaristia il cielo viene sulla terra, il domani di Dio si compie già oggi e introduce nel mondo di oggi il mondo di domani.
Ma qui è come sintetizzata anche la richiesta di essere liberati da tutti i mali, dai nostri debiti, dal pericolo della tentazione: dammi questo pane, perché il mio cuore si mantenga vigile, perché possa resistere al male, perché sappia distinguere il bene e il male, perché impari a perdonare e sia forte nella tentazione. Soltanto allora il nostro mondo comincerà a essere veramente umano: se il mondo futuro diventa già in qualche misura l’oggi, se il mondo comincia già oggi a diventare divino.
Con la richiesta del pane andiamo incontro al domani di Dio, alla trasformazione del mondo. Nell'eucaristia ci viene incontro il domani di Dio , il suo Regno già oggi comincia tra di noi.
E non dimentichiamo, infine, che tutte le invocazioni del “Padre nostro” sono espresse col “noi”: nessuno può dire: “Padre mio” se non Cristo, il Figlio. Perciò noi, se davvero vogliamo pregare nel modo giusto, dobbiamo farlo con gli altri e per gli altri, uscendo da noi stessi, aprendoci. Tutto questo è significato da quel “camminare insieme col Signore” che è, per così dire, il segno distintivo della festa del Corpus Domini.
Dopo che Gesù ebbe terminato il suo discorso eucaristico nella sinagoga di Cafarnao, molti discepoli lo abbandonarono: era qualcosa di troppo impegnativo, di troppo misterioso. Le loro attese erano più che altro rivolte ad una liberazione politica, tutto il resto sapeva ben poco di concretezza. Non è forse così anche oggi? Quante persone, nel corso degli ultimi cent’anni, se ne sono andate perché a loro avviso Gesù non era abbastanza “pratico”. Quello che poi da parte loro sono riusciti a realizzare è sotto gli occhi di tutti. E se il Signore oggi ci domandasse: «Volete andarvene anche voi?». In questa festa del Corpus Domini, insieme con Simon Pietro, noi con tutto il cuore vogliamo rispondergli: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,67s).
Da: In cammino verso Gesù Cristo – Ed San Paolo 2004
Trascrizione dell'omelia pronunciata a braccio dal cardinale Joseph Ratzinger, Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo, 12 dicembre 2003
Letture
Orazione - Rafforza, o Padre, la nostra vigilanza nell'attesa del tuo Figlio, perché, illuminati dalla sua parola di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese.
Prima lettura (dal libro del profeta Isaia, 48, 17-19) - Le nostre sventure dipendono solo dalla nostra infedeltà al Signore, dal fatto d'aver abbandonato la strada che Dio ci ha indicato.
Dal Vangelo secondo Matteo (11, 16-19) - E' possibile chiudere gli occhi sulle opere di Dio, e in particolare su Gesù Cristo, la Sapienza incarnata. Questo avviene per la nostra incoerenza e contraddizione nel non riconoscerlo.
Cari amici, fratelli e sorelle,
i testi della liturgia di oggi, del venerdì della seconda settimana di Avvento, sono pieni di luce per il nostro cammino e ci aiutano di realizzare l’essenza dell’attesa che poi è l’essenza del nostro essere cristiani.
Vorrei cominciare con l’orazione: la parola fondamentale dell’orazione di oggi è “vigilanza” che tra l’altro è la parola chiave di tutto l’Avvento. Vigilanza, essere vigilanti, che cosa vuol dire?
Chi dorme è chiuso in se stesso, non percepisce la realtà fuori di sé, e anche nei suoi sogni non è in grado di percepire la realtà, ma solo ombre riflesse della sua mente, del suo subcosciente. Svegliandosi, esce dal carcere, dal muro di sé e percepisce la realtà stessa che lo circonda. Si apre ad essa.
La nostra generazione è convinta di essere realmente molto “sveglia”, più di tutte le altre generazioni precedenti solo perché percepisce molto più del mondo: il nostro occhio va fino alle distanze più lontane, distanze immense sia spaziali che temporali. E nello stesso tempo siamo capaci di entrare anche all’interno della materia, fino alle ultime particelle che la compongono.
L’orizzonte è allargato enormemente, così anche le nostre possibilità di agire in questo mondo.
E ciò nonostante dobbiamo dire che questa generazione, in un senso più profondo, dorme. È chiusa in sé, perché vede soltanto quanto può fare e avere, e si ferma alla facciata esteriore della realtà, alle cose materiali che può prendere in mano.
Ma proprio così, siamo sempre più chiusi in noi stessi e non siamo più capaci di andare realmente all’infinito, di vedere la trasparenza della luce divina nella materia creata, in noi stessi l’occhio del nostro cuore: i nostri sensi interiori sono ottenebrati dal vedere tutte queste cose esteriori che ci aiutano a fare e ad avere, non rispondono più, non funzionano più, non hanno più accesso alla vera realtà, alla grandezza del mondo. È per questo che dormiamo. Dorme la nostra generazione.
Tramite l’Avvento il Signore ci dice di risvegliarci, di uscire da questo cerchio, da questo carcere del materiale, di aprire i cuori e cominciare a vedere la realtà più grande, il senso di Dio nel mondo, la presenza di Dio nel Signore Gesù Cristo, nella sua Parola, nei suoi sacramenti.
Questo è il primo imperativo che ci obbliga anche ad andare avanti per aprire gli occhi del cuore e ad aiutare i nostri amici, i nostri contemporanei perché possano ricominciare a vedere la vera profondità e la vera grandezza della realtà. Vedere è anche partire e così logicamente dalla parola vigilanza viene fuori l’altra, propria del cammino d’Avvento: “andare incontro al Signore”.
La fede non è un mucchio di idee, ma un’avventura della vita, un cammino, un mettersi in moto verso il Signore e il cammino esteriore che facciamo preparandoci a Colonia, dovrebbe essere nello stesso tempo e soprattutto un cammino interiore, un uscire da noi stessi per andare incontro a Dio, alla vera realtà, all’amore e al prossimo.
Appaiono poi una terza parola, importante in questa orazione, la Parola di Dio, chiamata Luce e l’invito ad accendere le lampade del nostro essere per arrivare al Signore. Cosa vuol dire questo?
Se vediamo la storia della Chiesa, la storia dei santi, vediamo queste “lampade” accese che illuminano il mondo, e vediamo che esse non solo illuminano questo tempo, ma saranno decorazioni e luce nella festa eterna dell’amore di Dio. Cominciamo con i martiri dei primi secoli, con i grandi dottori, Agostino, Ambrogio, Bonaventura, Tommaso, lampade accese che illuminano il cammino della storia e continuano ad illuminare. E san Francesco d’Assisi, san Carlo Borromeo, san Domenico, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, santa Teresa di Lisieaux, fino a Massimiliano Kolbe, Padre Pio, Edith Stein, Madre Teresa …
Realmente, nell’oscura notte della storia, perché spesso è oscura - pensiamo alle violenze di questo tempo, a tutte le guerre - sono veramente lampade accese che illuminano, ci fanno vedere che c’è luce, che l’uomo non è una creatura fallita, ma può essere simile a Dio, conformandosi nella strada dell’amore perché Dio è amore. E siamo simili a Dio nella misura in cui percorriamo la strada dell’amore.
Passiamo ora dall’orazione alla lettura e al Vangelo. Ambedue sono intimamente connesse tra di loro e si vede proprio oggi , tra la lettura e il Vangelo, l’intima unità dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Le letture parlano della sofferenza di Dio nel rapporto con la sua creatura uomo. Dio soffre. Perché non si impone con forza con la sua onnipotenza a questa creatura? Va chiedendo il suo amore, va incontro alla nostra libertà, perché desidera non una cosa da ottenere con forza, ma desidera amore, cioè il sì libero, e così lascia alla nostra libertà di dire sì o di dire anche no, alla sua offerta e invito di amore.
Purtroppo succede che la creatura uomo dica quasi sempre di no e pensi che solo il dire no, rappresenti la prova della libertà. Dio cerca l’uomo con tutti i registri possibili; il Signore lo dice in questa parabola di oggi, cerca il cammino del rigore, della severità, nel Sinai, nel tempo dei profeti, nelle parole di Giovanni battista.
E l’uomo risponde: no, io sono libero, non accetto il rigore di questi comandamenti, prendo la mia strada. Dio cerca anche con la strada dell’umiltà, della bontà, della sua vita, dell’amore all’uomo. E cosa succede? Anche qui l’uomo dice no, anzi, deride questo Dio debole che cerca il suo consenso e si rivela così non onnipotente.
Abbiamo questa parola, abbiamo suonato il flauto e non avete cantato o ballato, lamento e non avete pianto… L’uomo non entra in questo gioco del divino amore, si oppone. Questa è la tristezza e la sofferenza divina con questa sua storia.
E nella lettura sentiamo questo lamento di Dio: se avesse prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume…
La stessa parola ritorna nel salmo 81, forse fatto anche dello stesso periodo: se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti nutrirei con miele con fior di frumento.
E la stessa parola ritorna anche nella bocca del Signore: se avessi compreso anche tu la via della pace. A Gerusalemme, probabilmente molti di voi conoscono la cappella sulla collina il Signore piange, che è stata costruita sul punto dove Gesù vedendo la sua città avrebbe detto queste parole. Se tu avessi compreso, anche tu la via della pace.
E la storia prova la verità di questo lamento di Dio.
Il testo della lettura, così come del salmo, probabilmente appartengono al tempo dell’esilio. Prima Geremia aveva detto con chiarezza ai re e a tutti i potenti di Israele, ”non fate questa guerra contro Babilonia”, non comportatevi come se Israele fosse uno dei grandi poteri che può entrare in guerra contro Babele, non fate questo e non pensate questo. L’elezione, l’essere totalmente a Dio e tutt’altra cosa. Fate pace e rimarrete in questo paese.
Ma non l’hanno sentito, Israele non ha ascoltato, è andato per 70 anni in esilio, è sparito dalla storia, come soggetto proprio. Il Signore prende proprio la stessa predicazione di Geremia: non entrate in opposizione militare contro i romani, non pensate che il Signore sia un guerriero che vi dia forze militari che non avete.
Prendete la strada del pentimento, della fede, dell’amore, la strada della comunione con Dio, che sola può trasformare il mondo. Ma di nuovo non ascoltarono, facendo come la generazione di Geremia. Credono a Barabba … e alla fine è la distruzione di Gerusalemme, e san Luca dice nel Vangelo: va calpestata la città di Gerusalemme dai pagani, fino alla fine del mondo.
E le stesse parole sono vere anche nel nostro presente, nel secolo che viviamo: perché non avete ascoltato? Può di nuovo dire il Signore. Avreste potuto evitare il disastro del governo comunista che ha distrutto le anime e la terra, avreste potuto evitare questo grande disastro del nazismo che è una vergogna per noi, una ferita all’umanità, soprattutto della coscienza, particolarmente del popolo tedesco.
Non hanno ascoltato, Signore. Così vediamo la verità che è questo lamento di Dio, che è nello stesso tempo non solo una descrizione del passato, ma un avviso e un’ammonizione forte a noi e alla nostra generazione: ascoltate finalmente, la cosa non è ancora persa, ascoltate e seguite il Signore, il Signore della pace e non il signore della guerra.
È una parola che il Signore dice proprio a voi, la nuova generazione che ha in mano la chiave del futuro. È un grido forte: ascoltate, non c’è una sorte inevitabile. È libertà dell’uomo di dire sì, a questi cambiamenti per il meglio. E il nostro dovere, il vostro dovere è veramente di ascoltare, cari fratelli, e prendere questa strada con coraggio, gridare anche al mondo questo, anche se non vuol sentire, per lo meno far sentire questo lamento e grido del Signore, con tutto il peso del passato che conosciamo …
Così, queste parole dell’Antico e del Nuovo Testamento, sono uguali, dicono la stessa cosa per generazioni diverse, e anche tra di noi la storia appare ancora aperta nelle nostre mani. Questa è la grande sfida che ci è data dai testi della liturgia di oggi.
Ma, alla fine del Vangelo, dopo la tristezza degli uomini di tante generazioni, e il pericolo che anche quelli di questa generazione dicano no, appare tuttavia una parola di gioia: una parola di promessa vittoriosa. Il Signore dice, nonostante tutto, alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere.
Sentendo questo, prima ci domandiamo: è vero che Dio è sapiente? Possiamo dire che Dio è la sapienza, che Cristo vinto sulla croce è la sapienza? In realtà il Signore vinto ha lasciato un germe della nuova vita per il suo popolo e per il mondo, un lievito che trasformerà tutto. È così creata una nuova forma di vivere la fede.
La Gerusalemme terrestre è stata distrutta sì, ma dalla croce di Cristo cresce una nuova Gerusalemme, una città nuova diffusa in tutte le parti del mondo, nelle piccole e anche nelle grandi comunità dei credenti. Cresce una città nuova, animata dalla fede, una immagine della Gerusalemme futura. E la sapienza va giustificata per le sue opere, nascono le prime comunità cristiane, un nuovo umanesimo, un amore per i sofferenti e i poveri che prima non esisteva nel mondo, una luce della verità che illumina le strade dell’umanità, trasforma il mondo e nonostante la vittoria del male.
Abbiamo già parlato della strada delle lampade accese, una strada di luce che si apre sempre di più nella storia. È stata così creata una nuova città, una nuova vita.
Nell’Apocalisse sta scritto: ho visto una folla immensa, vestiti di bianco, che vengono dalla grande tribolazione e sono la nuova umanità. La sapienza è giustificata. Dio è sapiente, nonostante queste sconfitte cresce la nuova umanità, cresce il dono dell’amore della fede della speranza che ci ha dato Cristo.
San Luca nel suo Vangelo trasmette questa parola con una variante, dicendo: la sapienza è stata giustificata dai suoi figli, i figli di Cristo, i suoi fratelli. Cominciando dai primi martiri, fino ai grandi testimoni di oggi, essi giustificano Cristo come la vera sapienza divina. E così il testo invita ad essere figli della sapienza e a fare le opere della sapienza, per trasformare il mondo.
Alla fine, i testi arrivano proprio nel concreto della liturgia; il testo citato nel salmo 81 dice, se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi, io ti avrei dato il miele ti avrei nutrito con fior di frumento. Il Signore ci nutre con fior di frumento, con se stesso, ci dà questo pane, nella piccola quantità di frumento dona se stesso. Si mette nelle nostre mani, nei nostri cuori.
Preghiamo il Signore Gesù che ci illumini, che ci permetta di ascoltare e di realizzare la sua Parola. E così di essere suoi figli, di fare le sue opere, opere della sapienza divina. Amen.